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Profilo

Il dottor Digregorio si è specializzato in Ortognatodonzia e Funzione Masticatoria con votazione 50/50 e lode presso l’Università degli Studi dell’Insubria dopo aver conseguito la laurea in Odontoiatria e Protesi Dentaria presso l’Università degli Studi di Bari nel novembre 2013. Dal dicembre dello stesso anno è iscritto all’Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri.
Durante gli anni di formazione in ortodonzia frequenta diversi corsi in Italia e all’estero. Nel 2014 frequenta il corso “L’ortodonzia ad arco diritto e la filosofia MBT” tenuto dal dott. R. Cortesi e nel frattempo si interessa ai concetti dell’ortodonzia segmentata di Burstone; nello stesso anno frequenta il corso di “Biomeccanica e tecnica dell’arco segmentato” organizzato dalla SIBOS.
Nell’aprile 2015 si diploma presso la Tweed International Foundation for orthodontic research & education in Arizona (USA) dopo aver frequentato il corso avanzato in meccanica edgewise. Nel 2016 consegue il “Corso di perfezionamento universitario in tecnica Invisalign” presso la Glad School.
Attualmente è International Member della SIDO (Società Italiana di Ortodonzia), Member della EOS (European Orthodontic Society), International Member della AAO (American Association of Orthodontists) e Fellow della WFO (World Federation of Orthodontists). Si interessa di TMDs (Temporomandibular Disorders) ed è Membro del Gruppo di Studio Italiano sui Disordini Craniomandibolari; si interessa inoltre di medicina dentale del sonno per la prevenzione e cura dei più comuni disturbi del sonno come le apnee notturne e il bruxismo con digrignamento ed è Member dell’American Academy of Dental Sleep Medicine.
Da marzo 2017 è Istruttore di ortodonzia presso la Scuola di Specializzazione in Ortognatodonzia e Funzione Masticatoria dell’Università dell’Insubria di Varese.

Formazione

– Specializzazione in Ortognatodonzia e Funzione Masticatoria (Università degli Studi dell’Insubria, 2017)
– Diploma Tweed Study Course (Tweed International Foundation for orthodontic research & education – Arizona, 2015)
– Laurea in Odontoiatria e Protesi Dentaria (Università degli Studi di Bari, 2013)

Corsi

– L’ortodonzia ad arco diritto e la filosofia MBT (R. Cortesi, 2014)
– Biomeccanica e tecnica dell’arco segmentato (SIBOS, 2014)
– Corso di perfezionamento universitario in tecnica Invisalign (Glad School, 2016)

Membership

SIDO (Società Italiana di Ortodonzia)
EOS (European Orthodontic Society)
AAO (American Association of Orthodontists)
WFO (World Federation of Orthodontists)
GSID (Gruppo di Studio Italiano sui Disordini craniomandibolari)
AADSM (American Academy of Dental Sleep Medicine)

Casi clinici

0
MESI

Malocclusione di classe III
Morso inverso anteriore e posteriore
Trattamento ortopedico con espansore e Delaire a 8 anni

0
MESI

Malocclusione di classe II
Morso profondo
Trattamento ortodontico con estrazione di 2 premolari e apparecchio vestibolare a 13 anni

0
MESI

Malocclusione di classe 2
Affollamento superiore
Trattamento con distalizzatore e apparecchio vestibolare a 13 anni

0
MESI

Malocclusione di classe 1
Biprotrusione del profilo
Trattamento con estrazione di 4 premolari e apparecchio vestibolare a 12 anni

  • Varese, via Sabotino 12

Recensioni

“Sempre gentile ed educato..le mie figlie lo adorano..pone il paziente e le sue problematiche al primo posto cercando sempre di metterlo a proprio agio con la sensibilità che lo contraddistingue”
Maria Cristina Menegotto
“Professionalità, simpatia e cordialità in un ambiente sereno, elegante e tecnologicamente avanzato”
Anna C. Diana
“Da collega, non posso che recensire con 5 stelle il Dott. Digregorio. Serietà e competenza si fondono alla perfezione con la passione e l’amore che mette in ogni cosa che fa. In bocca al lupo 😉 “
Alessandro Bruni
“Ho messo un apparecchio linguale e la precisione del dottor Digregorio è inusuale, e poi la sua umanità sarebbe da clonare. Super soddisfatta anche del risultato finale…ora sorrido sempre! “
Lucia Viscardi

il fluoro

In termini di prevenzione della carie è utile sapere che il fluoro è uno dei più efficaci agenti anti-carie e questa scoperta risale a più di 100 anni fa. Nel 1909 a Colorado Springs nella contea di El Paso (USA) si notò che molti bambini presentavano delle evidenti imperfezioni di colore scuro sullo smalto dei denti, ma al contempo una bassissima incidenza di carie. Questa stessa osservazione venne fatta, successivamente, in altre aree geografiche dove le acque pubbliche avevano un elevato contenuto di fluoro. Si dimostrò, quindi, la reale correlazione tra l’assunzione di fluoro tramite l’acqua e il minor rischio di sviluppare la carie. Tuttavia anche l’imbrunimento dei denti di quei bambini di Colorado Springs fu dimostrato essere stato causato dal fluoro; in altre zone, dove la concentrazione di fluoro nell’acqua pubblica era inferiore a quella delle acque di Colorado Springs, questi inestetismi dello smalto non si manifestarono, mentre si continuava ugualmente a manifestare una minore incidenza di carie. Si giunse perciò alla conclusione che l’assunzione di una giusta quantità di fluoro è in grado di prevenire la carie senza far imbrunire lo smalto.
È bene che le mamme sappiano che la fluoroterapia per la prevenzione della carie è una procedura molto efficace quando inizia il più precocemente possibile. I denti permanenti che iniziano a erompere nel bambino all’età di 6 anni, in realtà cominciano a svilupparsi nell’osso molto prima, ed è in questa fase della loro formazione che è importante l’assunzione della giusta quantità di fluoro perchè questo andrà a collocarsi nello smalto in formazione rendendolo più resistente all’azione demineralizzante dei batteri cariogeni.
Le dosi e le metodiche di assunzione del fluoro devono essere indicate al genitore dal professionista di riferimento, in modo che possa essere controllata la quantità realmente assunta dal bambino ed evitare possibili sovradosaggi. La quantità di fluoro che si riesce ad assumere dagli alimenti è piuttosto bassa. Poche aree geografiche in Italia hanno sufficiente fluoro naturale nelle loro acque pubbliche, ad esempio le zone intorno al Vesuvio e all’Etna. Dalla nascita e per i primi 3 anni di vita, è indicata un’integrazione di 0,25 mg al giorno di fluoro per tutti i bambini che vivono in aree in cui la concentrazione di questo oligoelemento nelle acque potabili è bassa, e cioè la quasi totalità, a eccezione delle zone vulcaniche. Inoltre, in Italia, il consumo di acque minerali sostituisce in buona parte quello dell’acqua potabile; quasi tutte riportano sull’etichetta la concentrazione di fluoro che, in genere, non è sufficiente a espletare efficacemente un’azione preventiva nei confronti della carie. La somministrazione di compresse o gocce integrative può quindi essere utile ad adeguare le concentrazioni di fluoro assunte parallelamente alla crescita del bambino. Fino ai tre anni questa sarà l’unica fonte aggiuntiva di fluoro ed è, quindi, sconsigliato utilizzare dentifrici fluorati per evitare la possibilità di sovradosaggio poiché il bambino potrebbe ingerire la pasta dentifricia. Successivamente, fino ai sei anni, il genitore può iniziare a far utilizzare due volte al giorno un dentifricio specifico per bambini, con basso contenuto di fluoro (500mg/litro), ma sempre sotto la sua supervisione e facendone utilizzare solo una piccola quantità. Dopo i sei anni, il bambino, che ha raggiunto una maggiore autonomia, può far uso di un dentifricio per adulti a maggior concentrazione di fluoro (1000mg/litro) e interrompere l’assunzione di gocce o compresse integrative.
Mi preme sottolineare che in zone geografiche vulcaniche dove la concentrazione di fluoro nelle acque pubbliche è già sufficientemente elevata o nelle famiglie in cui si utilizzano acque minerali in bottiglia con una concentrazione di fluoruro maggiore di 0,7 mg/litro, non esiste alcuna necessità di assunzioni integrative di fluoro tramite gocce o compresse così come non è indispensabile l’utilizzo di dentifrici ad alto contenuto di fluoro. Dei sovradosaggi infatti, come già detto, possono causare quei difetti di colore e di forma dello smalto che vanno sotto il nome di fluorosi. Per questo è sempre indispensabile consultare il proprio odontoiatra o pediatra e farsi indicare l’eventuale necessità e la quantità di un’assunzione integrativa.
– spesso sulle etichette la concentrazione del fluoro viene espressa in ppm (parti per milione) anzichè mg/litro; non fa differenza!
– sul fluoro c’è una grande campagna di disinformazione: internet pullula di articoli che raccomandano una totale astensione dal fluoro per la sua tossicità; ebbene la fluoroprofilassi è una procedura raccomandata dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) e prevede l’integrazione di bassissime quantità di fluoro, talmente basse che potrebbero essere assunte già di per sè bevendo alcune acque minerali piuttosto che altre. Se l’allarmismo provocato da fonti poco informate sull’argomento fosse provato, allora sarebbe logico pensare che molte acque minerali in commercio e oggi presenti nelle vostre case sono tossiche. E non c’è niente di più sbagliato!

Tempo di lettura 4'

In termini di prevenzione della carie è utile sapere che il fluoro è uno dei più efficaci agenti anti-carie e questa scoperta risale a più di 100 anni fa. Nel 1909 a Colorado Springs nella contea di El Paso (USA) si notò che molti bambini presentavano delle evidenti imperfezioni di colore scuro sullo smalto dei denti, ma al contempo una bassissima incidenza di carie. Questa stessa osservazione venne fatta, successivamente, in altre aree geografiche dove le acque pubbliche avevano un elevato contenuto di fluoro. Si dimostrò, quindi, la reale correlazione tra l’assunzione di fluoro tramite l’acqua e il minor rischio di sviluppare la carie. Tuttavia anche l’imbrunimento dei denti di quei bambini di Colorado Springs fu dimostrato essere stato causato dal fluoro; in altre zone, dove la concentrazione di fluoro nell’acqua pubblica era inferiore a quella delle acque di Colorado Springs, questi inestetismi dello smalto non si manifestarono, mentre si continuava ugualmente a manifestare una minore incidenza di carie. Si giunse perciò alla conclusione che l’assunzione di una giusta quantità di fluoro è in grado di prevenire la carie senza far imbrunire lo smalto.

È bene che le mamme sappiano che la fluoroterapia per la prevenzione della carie è una procedura molto efficace quando inizia il più precocemente possibile. I denti permanenti che iniziano a erompere nel bambino all’età di 6 anni, in realtà cominciano a svilupparsi nell’osso molto prima, ed è in questa fase della loro formazione che è importante l’assunzione della giusta quantità di fluoro perchè questo andrà a collocarsi nello smalto in formazione rendendolo più resistente all’azione demineralizzante dei batteri cariogeni.

Le dosi e le metodiche di assunzione del fluoro devono essere indicate al genitore dal professionista di riferimento, in modo che possa essere controllata la quantità realmente assunta dal bambino ed evitare possibili sovradosaggi. La quantità di fluoro che si riesce ad assumere dagli alimenti è piuttosto bassa. Poche aree geografiche in Italia hanno sufficiente fluoro naturale nelle loro acque pubbliche, ad esempio le zone intorno al Vesuvio e all’Etna. Dalla nascita e per i primi 3 anni di vita, è indicata un’integrazione di 0,25 mg al giorno di fluoro per tutti i bambini che vivono in aree in cui la concentrazione di questo oligoelemento nelle acque potabili è bassa, e cioè la quasi totalità, a eccezione delle zone vulcaniche. Inoltre, in Italia, il consumo di acque minerali sostituisce in buona parte quello dell’acqua potabile; quasi tutte riportano sull’etichetta la concentrazione di fluoro che, in genere, non è sufficiente a espletare efficacemente un’azione preventiva nei confronti della carie. La somministrazione di compresse o gocce integrative può quindi essere utile ad adeguare le concentrazioni di fluoro assunte parallelamente alla crescita del bambino. Fino ai tre anni questa sarà l’unica fonte aggiuntiva di fluoro ed è, quindi, sconsigliato utilizzare dentifrici fluorati per evitare la possibilità di sovradosaggio poiché il bambino potrebbe ingerire la pasta dentifricia. Successivamente, fino ai sei anni, il genitore può iniziare a far utilizzare due volte al giorno un dentifricio specifico per bambini, con basso contenuto di fluoro (500mg/litro), ma sempre sotto la sua supervisione e facendone utilizzare solo una piccola quantità. Dopo i sei anni, il bambino, che ha raggiunto una maggiore autonomia, può far uso di un dentifricio per adulti a maggior concentrazione di fluoro (1000mg/litro) e interrompere l’assunzione di gocce o compresse integrative.
Mi preme sottolineare che in zone geografiche vulcaniche dove la concentrazione di fluoro nelle acque pubbliche è già sufficientemente elevata o nelle famiglie in cui si utilizzano acque minerali in bottiglia con una concentrazione di fluoruro maggiore di 0,7 mg/litro, non esiste alcuna necessità di assunzioni integrative di fluoro tramite gocce o compresse così come non è indispensabile l’utilizzo di dentifrici ad alto contenuto di fluoro. Dei sovradosaggi infatti, come già detto, possono causare quei difetti di colore e di forma dello smalto che vanno sotto il nome di fluorosi. Per questo è sempre indispensabile consultare il proprio odontoiatra o pediatra e farsi indicare l’eventuale necessità e la quantità di un’assunzione integrativa.

Alcune accortezze:

– spesso sulle etichette la concentrazione del fluoro viene espressa in ppm (parti per milione) anzichè mg/litro; non fa differenza!
– sul fluoro c’è una grande campagna di disinformazione: internet pullula di articoli che raccomandano una totale astensione dal fluoro per la sua tossicità; ebbene la fluoroprofilassi è una procedura raccomandata dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) e prevede l’integrazione di bassissime quantità di fluoro, talmente basse che potrebbero essere assunte già di per sè bevendo alcune acque minerali piuttosto che altre. Se l’allarmismo provocato da fonti poco informate sull’argomento fosse provato, allora sarebbe logico pensare che molte acque minerali in commercio e oggi presenti nelle vostre case sono tossiche. E non c’è niente di più sbagliato!

il dente del giudizio

“La storia della vita sulla Terra, lo sappiamo, è la storia dell’adattamento all’ambiente. Attraverso una serie di mutazioni e di selezioni, le specie vegetali e animali si sono continuamente adattate all’ambiente in trasformazione…” (Piero Angela)
Il termine adattamento in biologia indica la capacità degli organismi viventi di subire, nel tempo, modificazioni comportamentali, metaboliche e anche anatomiche, parallelamente al mutarsi delle necessità dell’ambiente in cui si vive. Il genere umano oggi è il risultato di un continuo processo di antropogenesi, cioè di origine ed evoluzione, dell’Homo Sapiens.
Prendiamo in considerazione, adesso, solo i cambiamenti evolutivi del cranio dei vertebrati. Questo è costituito dalla scatola cranica o neurocranio, in cui è contenuto il cervello e le strutture annesse, e dal massiccio facciale o splancnocranio, di cui fa parte il cavo orale. Nell’evoluzione della razza umana si è assistito a un costante aumento delle dimensioni della scatola cranica e a un’involuzione volumetrica del massiccio facciale. Questo adattamento è avvenuto e continua ad avvenire in risposta a un incremento delle capacità intellettive dell’uomo e a una riduzione della necessità di disporre delle componenti anatomiche, tra cui i denti, del massiccio facciale. L’uomo primitivo era costretto a nutrirsi in maniera differente rispetto a oggi, certamente non possedeva cibi raffinati o strumenti di cottura adeguati, andava a caccia e masticava cibi duri, ed era anatomicamente strutturato per fare questo: più muscoli, ma anche più denti! Addirittura poteva disporre di 4 molari anzichè 3 o 3 premolari anzichè 2 per ogni emiarcata.

Nel corso del tempo il modo di vivere è cambiato, drasticamente, e continua a cambiare. È la comunità in cui si cresce che orienta lo stile di vita; oggi viviamo molto di più pensando, che agendo. È la società che ce lo chiede; abbiamo molto meno tempo per noi, per quelle che dovevano essere le nostre abitudini, per mangiare. Siamo circondati da cibi raffinati, facili da masticare e rapidi da ingoiare, perchè abbiamo bisogno di correre per star dietro a un mondo che sta cambiando davvero in fretta.
E in tutto questo il nostro corpo si adatta: è l’influenza dell’ambiente sulla genetica!
Il 4° molare non si conta più in bocca da tempo, semplicemente perchè da tempo non ne abbiamo più bisogno. E oggi il 20-30% della popolazione occidentale non ha il 3° molare o dente del giudizio che, in ordine cronologico, è l’ultimo dente che dovrebbe erompere e, tra l’altro, un’alta percentuale di coloro che lo possiedono è spesso costretta a estrarlo perchè non ha sufficiente spazio. Questo è quello che, invece, non sta accadendo in alcune “popolazioni di nicchia” che hanno da sempre vissuto isolate dalla società contemporanea, mantenendo abitudini primitive, come ad esempio gli aborigeni australiani, in cui il 3° molare si conta ancora nel 100% della popolazione.

Anche la popolazione occidentale è rappresentata da diverse etnie, diverse tipologie facciali e molti individui ancora dispongono dello spazio in arcata anche per i denti del giudizio. Questo perchè l’adattamento all’ambiente resta un processo lento, anche se costante nel tempo. Ne passeranno ancora di millenni prima che il dente del giudizio possa “estinguersi”, tuttavia è importante diagnosticare in quali pazienti, già oggi, il processo di eruzione del 3° molare possa essere ostacolato per la carenza di spazio. In questi pazienti in cui esiste una discrepanza tra lo spazio richiesto dai denti e lo spazio disponibile in arcata possono verificarsi diverse evoluzioni: il dente del giudizio può restare perennemente incluso nell’osso, senza mai erompere e senza creare problemi, oppure può erompere solo parzialmente o con un orientamento anomalo restando in parte sommerso dalla gengiva. Vengono così a crearsi zone di ricettacolo per la placca, come delle tasche, tra dente e gengiva, in cui è difficile andare a rimuovere cibo e batteri. In questo contesto clinico possono svilupparsi quadri infiammatori accompagnati da un corteo sintomatologico che tende ad acutizzarsi periodicamente potendo anche evolvere in quadri ascessuali. È per questo motivo che esiste una chiara indicazione alla estrazione dei denti del giudizio, specie inferiori, in quei pazienti che, per la loro tipologia facciale e scheletrica, mostrano sin da subito un evidente deficit di spazio!

Mi preme sottolineare, adesso, un altro aspetto, su cui spesso anche molti odontoiatri sono disinformati: in tutti quei pazienti in cui i denti del giudizio hanno un percorso eruttivo favorevole e non esiste una carenza di spazio in arcata, l’estrazione del dente del giudizio non ha alcuna indicazione clinica utile e rappresenta a oggi un overtreatment, cioè un trattamento inutile. Molti odontoiatri hanno indotto pazienti ad accettare l’estrazione dei denti del giudizio perchè convinti che questi potessero spingere tutti gli altri denti a partire dal 2° molare, anatomicamente attiguo al dente del giudizio, e provocare, un po’ come un “effetto domino”, un disallineamento degli incisivi inferiori. Questa teoria è probabilmente fallace, in quanto il disallineamento degli incisivi inferiori è un processo fisiologico che avviene in tutti con l’avanzare dell’età a causa di una lenta rastremazione dell’osso mandibolare e di una minima ma continua crescita in avanti della mandibola che avviene per tutta la vita e porta gli incisivi inferiori a “urtare” contro il labbro inferiore che esercita su questi una forza leggera ma costante provocandone il disalinneamento! Numerosi studi hanno confrontato il grado di disallineamento degli incisivi inferiori in pazienti con e senza i due denti del giudizio inferiori e non sono emerse differenze tra i due gruppi di pazienti a confronto.

Se ancora avete la fortuna di disporre di sufficiente spazio per ospitare tutti e 32 i vostri denti, non fatevene estirpare 2 se l’unica indicazione è evitare che gli altri denti si disallineino, semplicemente perchè questa non è una reale indicazione!
Mentre se siete già abbastanza evoluti da non possedere più i denti del giudizio, siate solo contenti!

Tempo di lettura 4'

“La storia della vita sulla Terra, lo sappiamo, è la storia dell’adattamento all’ambiente. Attraverso una serie di mutazioni e di selezioni, le specie vegetali e animali si sono continuamente adattate all’ambiente in trasformazione…” (Piero Angela)
Il termine adattamento in biologia indica la capacità degli organismi viventi di subire, nel tempo, modificazioni comportamentali, metaboliche e anche anatomiche, parallelamente al mutarsi delle necessità dell’ambiente in cui si vive. Il genere umano oggi è il risultato di un continuo processo di antropogenesi, cioè di origine ed evoluzione, dell’Homo Sapiens.
Prendiamo in considerazione, adesso, solo i cambiamenti evolutivi del cranio dei vertebrati. Questo è costituito dalla scatola cranica o neurocranio, in cui è contenuto il cervello e le strutture annesse, e dal massiccio facciale o splancnocranio, di cui fa parte il cavo orale. Nell’evoluzione della razza umana si è assistito a un costante aumento delle dimensioni della scatola cranica e a un’involuzione volumetrica del massiccio facciale. Questo adattamento è avvenuto e continua ad avvenire in risposta a un incremento delle capacità intellettive dell’uomo e a una riduzione della necessità di disporre delle componenti anatomiche, tra cui i denti, del massiccio facciale. L’uomo primitivo era costretto a nutrirsi in maniera differente rispetto a oggi, certamente non possedeva cibi raffinati o strumenti di cottura adeguati, andava a caccia e masticava cibi duri, ed era anatomicamente strutturato per fare questo: più muscoli, ma anche più denti! Addirittura poteva disporre di 4 molari anzichè 3 o 3 premolari anzichè 2 per ogni emiarcata.

Nel corso del tempo il modo di vivere è cambiato, drasticamente, e continua a cambiare. È la comunità in cui si cresce che orienta lo stile di vita; oggi viviamo molto di più pensando, che agendo. È la società che ce lo chiede; abbiamo molto meno tempo per noi, per quelle che dovevano essere le nostre abitudini, per mangiare. Siamo circondati da cibi raffinati, facili da masticare e rapidi da ingoiare, perchè abbiamo bisogno di correre per star dietro a un mondo che sta cambiando davvero in fretta.
E in tutto questo il nostro corpo si adatta: è l’influenza dell’ambiente sulla genetica!
Il 4° molare non si conta più in bocca da tempo, semplicemente perchè da tempo non ne abbiamo più bisogno. E oggi il 20-30% della popolazione occidentale non ha il 3° molare o dente del giudizio che, in ordine cronologico, è l’ultimo dente che dovrebbe erompere e, tra l’altro, un’alta percentuale di coloro che lo possiedono è spesso costretta a estrarlo perchè non ha sufficiente spazio. Questo è quello che, invece, non sta accadendo in alcune “popolazioni di nicchia” che hanno da sempre vissuto isolate dalla società contemporanea, mantenendo abitudini primitive, come ad esempio gli aborigeni australiani, in cui il 3° molare si conta ancora nel 100% della popolazione.

Anche la popolazione occidentale è rappresentata da diverse etnie, diverse tipologie facciali e molti individui ancora dispongono dello spazio in arcata anche per i denti del giudizio. Questo perchè l’adattamento all’ambiente resta un processo lento, anche se costante nel tempo. Ne passeranno ancora di millenni prima che il dente del giudizio possa “estinguersi”, tuttavia è importante diagnosticare in quali pazienti, già oggi, il processo di eruzione del 3° molare possa essere ostacolato per la carenza di spazio. In questi pazienti in cui esiste una discrepanza tra lo spazio richiesto dai denti e lo spazio disponibile in arcata possono verificarsi diverse evoluzioni: il dente del giudizio può restare perennemente incluso nell’osso, senza mai erompere e senza creare problemi, oppure può erompere solo parzialmente o con un orientamento anomalo restando in parte sommerso dalla gengiva. Vengono così a crearsi zone di ricettacolo per la placca, come delle tasche, tra dente e gengiva, in cui è difficile andare a rimuovere cibo e batteri. In questo contesto clinico possono svilupparsi quadri infiammatori accompagnati da un corteo sintomatologico che tende ad acutizzarsi periodicamente potendo anche evolvere in quadri ascessuali. È per questo motivo che esiste una chiara indicazione alla estrazione dei denti del giudizio, specie inferiori, in quei pazienti che, per la loro tipologia facciale e scheletrica, mostrano sin da subito un evidente deficit di spazio!

Mi preme sottolineare, adesso, un altro aspetto, su cui spesso anche molti odontoiatri sono disinformati: in tutti quei pazienti in cui i denti del giudizio hanno un percorso eruttivo favorevole e non esiste una carenza di spazio in arcata, l’estrazione del dente del giudizio non ha alcuna indicazione clinica utile e rappresenta a oggi un overtreatment, cioè un trattamento inutile. Molti odontoiatri hanno indotto pazienti ad accettare l’estrazione dei denti del giudizio perchè convinti che questi potessero spingere tutti gli altri denti a partire dal 2° molare, anatomicamente attiguo al dente del giudizio, e provocare, un po’ come un “effetto domino”, un disallineamento degli incisivi inferiori. Questa teoria è probabilmente fallace, in quanto il disallineamento degli incisivi inferiori è un processo fisiologico che avviene in tutti con l’avanzare dell’età a causa di una lenta rastremazione dell’osso mandibolare e di una minima ma continua crescita in avanti della mandibola che avviene per tutta la vita e porta gli incisivi inferiori a “urtare” contro il labbro inferiore che esercita su questi una forza leggera ma costante provocandone il disalinneamento! Numerosi studi hanno confrontato il grado di disallineamento degli incisivi inferiori in pazienti con e senza i due denti del giudizio inferiori e non sono emerse differenze tra i due gruppi di pazienti a confronto.
Se ancora avete la fortuna di disporre di sufficiente spazio per ospitare tutti e 32 i vostri denti, non fatevene estirpare 2 se l’unica indicazione è evitare che gli altri denti si disallineino, semplicemente perchè questa non è una reale indicazione!
Mentre se siete già abbastanza evoluti da non possedere più i denti del giudizio, siate solo contenti!

succhiare il dito

La suzione per il neonato non è solo un’attività finalizzata alla nutrizione, ma consente anche il perseguimento di uno stato di benessere psicologico, già durante i primi mesi di vita intrauterina. Probabilmente molte mamme hanno potuto osservare, nelle ecografie dei loro piccoli, la tendenza a tenere il pollice in bocca.

Questa abitudine, che inizia nel grembo materno, spesso si protrae anche per alcuni anni dopo la nascita e può accompagnarsi ad altri comportamenti tipici, come il toccarsi più volte il naso o le orecchie o l’attorcigliarsi i capelli. Si tratta di atteggiamenti destinati a procurare sollievo nei momenti di noia o di ansia; non a caso il bambino si comporta in uno di questi modi prima di addormentarsi, cioè nel momento vissuto come distacco dalla rassicurante presenza dei genitori.

Abbiamo già accennato a quelli che possono essere gli input psicologici che alimentano la tendenza alla “suzione non nutritiva” del dito, adesso soffermiamoci sulla componente funzionale che stimola questa abitudine.
La suzione rappresenta la primitiva modalità di nutrizione neonatale; il neonato poco dopo la nascita assume un comportamento esplorativo orientandosi con il viso verso il seno materno in modo da apprendere gradualmente quel meccanismo di poppata, con la lingua interposta tra le arcate ancora edentule, che gli consente di nutrirsi del latte materno. Questa modalità di nutrizione è detta “suzione nutritiva”. A quest’età, quindi, la suzione non nutritiva, del pollice o del ciuccio, rappresenta un comportamento totalmente fisiologico e coerente con la modalità di alimentazione del neonato.
Più tardi, con l’eruzione dei primi denti da latte e con lo svezzamento, inizierà quel lungo processo di apprendimento della nutrizione di tipo adulto.

Il meccanismo nutritivo di tipo adulto, a differenza di quello neonatale, necessita di un percorso di apprendimento più lungo, anche 2-3 anni. Infatti il bambino dovrà apprendere comportamenti mai sperimentati prima come la masticazione e la deglutizione di tipo adulto (che necessita del reclutamento di muscoli diversi da quelli necessari alla deglutizione infantile). Quando questo percorso maturativo sarà terminato, verrà meno lo stimolo funzionale nutritivo alla suzione. Generalmente, però, a quest’età il bambino che interrompe la suzione nutritiva, non ha ancora raggiunto quel grado di maturazione psicologica necessario, invece, per permettergli di poter rinunciare al benessere interiore apportatogli dall’abitudine alla suzione non nutritiva del dito o del ciuccio. Spesso passano ancora parecchi mesi e nella maggior parte dei bambini questo comportamento non regredisce prima dei 3-4 anni.

Quando intervenire per un’eccessiva persistenza di questa abitudine?
Dopo i 4-5 anni, il perpetuarsi di questa attività, adesso disfunzionale, provoca alterazioni nella crescita delle ossa mascellari e dei denti permanenti che si apprestano a erompere. Il palato tenderà a crescere seguendo una morfologia ristretta a causa della spinta che subisce dal dito e dal punto di vista dentale si manifesterà un tipico morso aperto.

Il metodo migliore è quello di far prendere consapevolezza al bambino di un comportamento involontario che però causa danni visibili. Spesso semplicemente educandolo, mostrandogli magari in uno specchio la beanza che si è formata tra i denti, il bambino riesce a interrompere l’abitudine, anche se nelle prime settimane va aiutato a ricordare l’impegno preso, magari colorando l’unghia con un pennarello.

Se queste misure non dovessero risultare sufficienti, sarà necessario adottare altre metodiche, necessariamente più restrittive. È importante, per lo sviluppo psicosociale, che questi provvedimenti non vengano percepiti dal bambino come punitivi per non aver seguito le indicazioni date durante il primo approccio educativo verbale.
Esistono due metodiche d’approccio più restrittive. Come prima scelta è consigliato utilizzare il ThumbGuard: si tratta di un dispositivo tubulare che va indossato attorno al pollice e quando inserito ne impedisce il succhiamento

La seconda scelta, più restrittiva ricadrà sulle griglie intraorali: si tratta di apparecchiature ortodontiche fisse o mobili che impediscono l’inserimento del dito in bocca. Vanno utilizzate per alcuni mesi e generalmente dopo la loro rimozione il bambino avrà perso l’abitudine a succhiare il dito!

Tempo di lettura 3'

La suzione per il neonato non è solo un’attività finalizzata alla nutrizione, ma consente anche il perseguimento di uno stato di benessere psicologico, già durante i primi mesi di vita intrauterina. Probabilmente molte mamme hanno potuto osservare, nelle ecografie dei loro piccoli, la tendenza a tenere il pollice in bocca.

Questa abitudine, che inizia nel grembo materno, spesso si protrae anche per alcuni anni dopo la nascita e può accompagnarsi ad altri comportamenti tipici, come il toccarsi più volte il naso o le orecchie o l’attorcigliarsi i capelli. Si tratta di atteggiamenti destinati a procurare sollievo nei momenti di noia o di ansia; non a caso il bambino si comporta in uno di questi modi prima di addormentarsi, cioè nel momento vissuto come distacco dalla rassicurante presenza dei genitori.
Abbiamo già accennato a quelli che possono essere gli input psicologici che alimentano la tendenza alla “suzione non nutritiva” del dito, adesso soffermiamoci sulla componente funzionale che stimola questa abitudine.
La suzione rappresenta la primitiva modalità di nutrizione neonatale; il neonato poco dopo la nascita assume un comportamento esplorativo orientandosi con il viso verso il seno materno in modo da apprendere gradualmente quel meccanismo di poppata, con la lingua interposta tra le arcate ancora edentule, che gli consente di nutrirsi del latte materno. Questa modalità di nutrizione è detta “suzione nutritiva”. A quest’età, quindi, la suzione non nutritiva, del pollice o del ciuccio, rappresenta un comportamento totalmente fisiologico e coerente con la modalità di alimentazione del neonato.
Più tardi, con l’eruzione dei primi denti da latte e con lo svezzamento, inizierà quel lungo processo di apprendimento della nutrizione di tipo adulto.
Il meccanismo nutritivo di tipo adulto, a differenza di quello neonatale, necessita di un percorso di apprendimento più lungo, anche 2-3 anni. Infatti il bambino dovrà apprendere comportamenti mai sperimentati prima come la masticazione e la deglutizione di tipo adulto (che necessita del reclutamento di muscoli diversi da quelli necessari alla deglutizione infantile). Quando questo percorso maturativo sarà terminato, verrà meno lo stimolo funzionale nutritivo alla suzione. Generalmente, però, a quest’età il bambino che interrompe la suzione nutritiva, non ha ancora raggiunto quel grado di maturazione psicologica necessario, invece, per permettergli di poter rinunciare al benessere interiore apportatogli dall’abitudine alla suzione non nutritiva del dito o del ciuccio. Spesso passano ancora parecchi mesi e nella maggior parte dei bambini questo comportamento non regredisce prima dei 3-4 anni.
Quando intervenire per un’eccessiva persistenza di questa abitudine?
Dopo i 4-5 anni, il perpetuarsi di questa attività, adesso disfunzionale, provoca alterazioni nella crescita delle ossa mascellari e dei denti permanenti che si apprestano a erompere. Il palato tenderà a crescere seguendo una morfologia ristretta a causa della spinta che subisce dal dito e dal punto di vista dentale si manifesterà un tipico morso aperto.

Il metodo migliore è quello di far prendere consapevolezza al bambino di un comportamento involontario che però causa danni visibili. Spesso semplicemente educandolo, mostrandogli magari in uno specchio la beanza che si è formata tra i denti, il bambino riesce a interrompere l’abitudine, anche se nelle prime settimane va aiutato a ricordare l’impegno preso, magari colorando l’unghia con un pennarello.
Se queste misure non dovessero risultare sufficienti, sarà necessario adottare altre metodiche, necessariamente più restrittive. È importante, per lo sviluppo psicosociale, che questi provvedimenti non vengano percepiti dal bambino come punitivi per non aver seguito le indicazioni date durante il primo approccio educativo verbale.
Esistono due metodiche d’approccio più restrittive. Come prima scelta è consigliato utilizzare il ThumbGuard: si tratta di un dispositivo tubulare che va indossato attorno al pollice e quando inserito ne impedisce il succhiamento

La seconda scelta, più restrittiva ricadrà sulle griglie intraorali: si tratta di apparecchiature ortodontiche fisse o mobili che impediscono l’inserimento del dito in bocca. Vanno utilizzate per alcuni mesi e generalmente dopo la loro rimozione il bambino avrà perso l’abitudine a succhiare il dito!

bruxare

È un suono stridulo, snervante come raschiare le unghie su una lavagna. La prima volta che lo avete sentito nella cameretta del vostro bambino, mentre dormiva, vi sarete chiesti: ma cosa succede?
Digrignare i denti è una manifestazione del “bruxismo”, ed è, in realtà, un’abitudine riscontrata anche tra i bambini. Sotto gli 11-12 anni è molto comune da essere spesso considerato un comportamento parafisiologico, cioè quasi normale. Le cause non sono del tutto chiare. Anche se lo stress psicologico sembra giocare un ruolo importante nel bruxismo dell’adulto, per il bruxismo del bambino sembrerebbe che le cause principali siano altre.
I bambini acquisiscono abitudini svolte in maniera inconscia, come mordersi le unghie o la guancia, o ciucciare il dito. Anche il bruxismo è un’attività inconscia, e nei bambini è spesso correlato a situazioni d’intensa concentrazione.

Nei più piccoli, il bruxismo durante il sonno inizia in genere a circa 1 anno di età, subito dopo che i primi denti erompono in bocca. A questa età il digrignamento dei denti può essere dovuto all’immaturità del sistema neuromuscolare che controlla i muscoli della masticazione. Siamo strutturati in maniera che qualsiasi attività muscolare ripetuta, finisce col tempo per essere fatta propria dal nostro sistema neuromuscolare. Così come crescendo impariamo a camminare, correre, parlare e anche masticare. Il bruxismo nei neonati quindi non è altro che una manifestazione immatura del meccanismo di masticazione, che il sistema neuromuscolare non ha ancora fatto suo. Solitamente questa tipologia di bruxismo scompare entro i 3-4 anni.

Il bruxismo inoltre è prevalente nei bambini che russano. Una teoria suggerisce che ci sia una correlazione tra bruxismo e ostruzione delle vie aeree superiori durante il sonno. Nei bambini con russamento o apnea ostruttiva del sonno la lingua tende a scivolare nella parte posteriore della bocca e a bloccare le vie aeree in maniera parziale (russamento), o peggio in maniera totale (apnea) se vi è associato un quadro di ipertrofia tonsillare. In questa evenienza, infatti, la lingua e le tonsille collabiscono, ostruendo del tutto le vie respiratorie. Sembra accadere più spesso nei bambini che dormono in posizione supina, in questo caso infatti la caduta della lingua è una semplice conseguenza della forza di gravità. Il bruxismo in questo caso è quindi il segno clinico del tentativo, da parte del bambino, di liberare le vie respiratorie ostruite strisciando in avanti con la mandibola.

I bambini con ostruzione delle vie aeree superiori devono essere indirizzati a medici specialisti in otorinolaringoiatria, oltre che sottoposti periodicamente a visite di controllo con l’ortodontista per valutare se e quando un’espansione rapida del palato può essere eseguita tramite appositi apparecchi. Il palato è strettamente connesso alle vie respiratorie, essendo il pavimento delle cavità nasali, e una sua espansione può aiutare a ridurre l’ostruzione delle vie aeree.
Solitamente quando queste cause predisponenti vengono rimosse, il bruxismo nei bambini tende a scomparire.

Tuttavia, poiché l’eziologia di questo fenomeno è multifattoriale e ancora non del tutto nota, se anche dopo i 12 anni gli episodi di digrignamento continuano a manifestarsi è indispensabile valutare la necessità di un bite protettivo in grado di creare una barriera tra le due arcate per evitare sia l’usura dei denti e dello smalto, sia l’affaticamento della muscolatura masticatoria.

Un bruxista non sa di esserlo! Tantomeno un bambino bruxista. Le uniche persone che possono accorgersene sono quelle che dormono con lui. Ascoltate i vostri bambini mentre dormono e osservateli!

Tempo di lettura 3'

È un suono stridulo, snervante come raschiare le unghie su una lavagna. La prima volta che lo avete sentito nella cameretta del vostro bambino, mentre dormiva, vi sarete chiesti: ma cosa succede?
Digrignare i denti è una manifestazione del “bruxismo”, ed è, in realtà, un’abitudine riscontrata anche tra i bambini. Sotto gli 11-12 anni è molto comune da essere spesso considerato un comportamento parafisiologico, cioè quasi normale. Le cause non sono del tutto chiare. Anche se lo stress psicologico sembra giocare un ruolo importante nel bruxismo dell’adulto, per il bruxismo del bambino sembrerebbe che le cause principali siano altre.
I bambini acquisiscono abitudini svolte in maniera inconscia, come mordersi le unghie o la guancia, o ciucciare il dito. Anche il bruxismo è un’attività inconscia, e nei bambini è spesso correlato a situazioni d’intensa concentrazione.
Nei più piccoli, il bruxismo durante il sonno inizia in genere a circa 1 anno di età, subito dopo che i primi denti erompono in bocca. A questa età il digrignamento dei denti può essere dovuto all’immaturità del sistema neuromuscolare che controlla i muscoli della masticazione. Siamo strutturati in maniera che qualsiasi attività muscolare ripetuta, finisce col tempo per essere fatta propria dal nostro sistema neuromuscolare. Così come crescendo impariamo a camminare, correre, parlare e anche masticare. Il bruxismo nei neonati quindi non è altro che una manifestazione immatura del meccanismo di masticazione, che il sistema neuromuscolare non ha ancora fatto suo. Solitamente questa tipologia di bruxismo scompare entro i 3-4 anni.
Il bruxismo inoltre è prevalente nei bambini che russano. Una teoria suggerisce che ci sia una correlazione tra bruxismo e ostruzione delle vie aeree superiori durante il sonno. Nei bambini con russamento o apnea ostruttiva del sonno la lingua tende a scivolare nella parte posteriore della bocca e a bloccare le vie aeree in maniera parziale (russamento), o peggio in maniera totale (apnea) se vi è associato un quadro di ipertrofia tonsillare. In questa evenienza, infatti, la lingua e le tonsille collabiscono, ostruendo del tutto le vie respiratorie. Sembra accadere più spesso nei bambini che dormono in posizione supina, in questo caso infatti la caduta della lingua è una semplice conseguenza della forza di gravità. Il bruxismo in questo caso è quindi il segno clinico del tentativo, da parte del bambino, di liberare le vie respiratorie ostruite strisciando in avanti con la mandibola.

I bambini con ostruzione delle vie aeree superiori devono essere indirizzati a medici specialisti in otorinolaringoiatria, oltre che sottoposti periodicamente a visite di controllo con l’ortodontista per valutare se e quando un’espansione rapida del palato può essere eseguita tramite appositi apparecchi. Il palato è strettamente connesso alle vie respiratorie, essendo il pavimento delle cavità nasali, e una sua espansione può aiutare a ridurre l’ostruzione delle vie aeree.
Solitamente quando queste cause predisponenti vengono rimosse, il bruxismo nei bambini tende a scomparire.

Tuttavia, poiché l’eziologia di questo fenomeno è multifattoriale e ancora non del tutto nota, se anche dopo i 12 anni gli episodi di digrignamento continuano a manifestarsi è indispensabile valutare la necessità di un bite protettivo in grado di creare una barriera tra le due arcate per evitare sia l’usura dei denti e dello smalto, sia l’affaticamento della muscolatura masticatoria.

Un bruxista non sa di esserlo! Tantomeno un bambino bruxista. Le uniche persone che possono accorgersene sono quelle che dormono con lui. Ascoltate i vostri bambini mentre dormono e osservateli!

sbiancare i denti

Le esigenze estetiche della popolazione media sono cresciute nel corso degli anni, il complesso naso-buccale del viso caratterizza fortemente la personalità e spesso è un’indicazione dell’estrazione socio-culturale del soggetto. Avere un sorriso smagliante come delle star hollywoodiane è il desiderio di tanti, soprattutto giovani, e per questo le procedure di sbiancamento dentale sono oggi sempre più in auge.
Già spesse volte mi è capitato di fornire chiarificazioni a chi mi manifesta il desiderio di voler sottoporsi a dei cicli di sbiancamento dentale quando in realtà non ne avrebbe bisogno o comunque non otterrebbe risultati sorprendenti. Quando si parla di sbiancamento si pensa subito al sorriso dei personaggi del mondo dello spettacolo; ma quei sorrisi sono il risultato non di un semplice sbiancamento, ma dell’applicazione di faccette in porcellana che vengono incollate ai denti dopo aver rimosso parte della struttura naturale propria del dente… è una procedura ben più aggressiva!

La sostanza utilizzata per lo sbiancamento dentale è il perossido di carbamide, un gel che a contatto con i denti libera ossigeno in grado di ossidare e rimuovere le sostanze cromatiche incorporatesi, col tempo, nei micropori dello smalto dentale. Spesso si crede che il colore originale dei propri denti sia quel “bianco lavandino” che tutti vorremmo, quando invece si tratta di una caratteristica individuale, un po’ come il colore della pelle, di cui madre natura ci ha dotato. Il “bianco naturale” dei denti incorpora lievi sfumature sui toni del giallo e del grigio, talora del bruno o del rossiccio, più o meno accentuate.

Le sostanze cromatiche invece che possono peggiorare l’aspetto estetico del bianco dei nostri denti sono quelle che assumiamo con la dieta e con le nostre abitudini: cola, caffè, nicotina, liquirizia, spezie, alcuni medicinali; ed è solo in questi casi di pigmentazioni esogene che trova utilità un trattamento sbiancante.
Inoltre con l’invecchiamento, l’usura dello smalto lascia intravedere meglio il colore più scuro della sottostante dentina, per cui si assiste a un fisiologico iscurimento del dente. Le aspettative di un trattamento di sbiancamento in soggetti di età avanzata devono, perciò, essere ridimensionate rispetto a quelle di soggetti più giovani.

Se si decide di procedere con lo sbiancamento dei denti esistono fondamentalmente due opzioni: sbiancamento alla poltrona e sbiancamento domiciliare. Entrambe le opzioni di sbiancamento dei denti utilizzano per lo più agenti sbiancanti a base di perossido che deve la sua efficacia alla presenza di ossigeno nella sua composizione chimica.

Lo sbiancamento dei denti alla poltrona attraverso una luce o un laser per la fotoattivazione del gel sbiancante non migliora il risultato, anzi aumenta il rischio di effetti indesiderati. Spesso si utilizzano concentrazioni maggiori di principio attivo aumentando di conseguenza la sensibilità post trattamento.

Quello che io consiglio è un trattamento professionale con mascherina personalizzata che il paziente, dopo la prima utilizzazione presso lo studio dentistico, prosegue a domicilio. Richiede un’applicazione di 4-6 ore al giorno oppure per l’intera notte. La mascherina è creata su misura per ogni paziente e aderisce perfettamente ed in modo confortevole all’arcata dentale. E’ un trattamento da effettuare esclusivamente sotto la supervisione del dentista che consiglierà la concentrazione ideale per sbiancare i denti, rispondendo alle diverse esigenze dei pazienti.

Tempo di lettura 2'

Le esigenze estetiche della popolazione media sono cresciute nel corso degli anni, il complesso naso-buccale del viso caratterizza fortemente la personalità e spesso è un’indicazione dell’estrazione socio-culturale del soggetto. Avere un sorriso smagliante come delle star hollywoodiane è il desiderio di tanti, soprattutto giovani, e per questo le procedure di sbiancamento dentale sono oggi sempre più in auge.
Già spesse volte mi è capitato di fornire chiarificazioni a chi mi manifesta il desiderio di voler sottoporsi a dei cicli di sbiancamento dentale quando in realtà non ne avrebbe bisogno o comunque non otterrebbe risultati sorprendenti. Quando si parla di sbiancamento si pensa subito al sorriso dei personaggi del mondo dello spettacolo; ma quei sorrisi sono il risultato non di un semplice sbiancamento, ma dell’applicazione di faccette in porcellana che vengono incollate ai denti dopo aver rimosso parte della struttura naturale propria del dente… è una procedura ben più aggressiva!
La sostanza utilizzata per lo sbiancamento dentale, invece, è il perossido di carbamide, un gel che a contatto con i denti libera ossigeno in grado di ossidare e rimuovere le sostanze cromatiche incorporatesi, col tempo, nei micropori dello smalto dentale. Spesso si crede che il colore originale dei propri denti sia quel “bianco lavandino” che tutti vorremmo, quando invece si tratta di una caratteristica individuale, un po’ come il colore della pelle, di cui madre natura ci ha dotato. Il “bianco naturale” dei denti incorpora lievi sfumature sui toni del giallo e del grigio, talora del bruno o del rossiccio, più o meno accentuate. Le sostanze cromatiche invece che possono peggiorare l’aspetto estetico del bianco dei nostri denti sono quelle che assumiamo con la dieta e con le nostre abitudini: cola, caffè, nicotina, liquirizia, spezie, alcuni medicinali; ed è solo in questi casi di pigmentazioni esogene che trova utilità un trattamento sbiancante.
Inoltre con l’invecchiamento, l’usura dello smalto lascia intravedere meglio il colore più scuro della sottostante dentina, per cui si assiste a un fisiologico iscurimento del dente. Le aspettative di un trattamento di sbiancamento in soggetti di età avanzata devono, perciò, essere ridimensionate rispetto a quelle di soggetti più giovani.

Se si decide di procedere con lo sbiancamento dei denti esistono fondamentalmente due opzioni: sbiancamento alla poltrona e sbiancamento domiciliare. Entrambe le opzioni di sbiancamento dei denti utilizzano per lo più agenti sbiancanti a base di perossido che deve la sua efficacia alla presenza di ossigeno nella sua composizione chimica.

Lo sbiancamento dei denti alla poltrona attraverso una luce o un laser per la fotoattivazione del gel sbiancante non migliora il risultato, anzi aumenta il rischio di effetti indesiderati. Spesso si utilizzano concentrazioni maggiori di principio attivo aumentando di conseguenza la sensibilità post trattamento.

Quello che io consiglio è un trattamento professionale con mascherina personalizzata che il paziente, dopo la prima utilizzazione presso lo studio dentistico, prosegue a domicilio. Richiede un’applicazione di 4-6 ore al giorno oppure per l’intera notte. La mascherina è creata su misura per ogni paziente e aderisce perfettamente ed in modo confortevole all’arcata dentale. E’ un trattamento da effettuare esclusivamente sotto la supervisione del dentista che consiglierà la concentrazione ideale per sbiancare i denti, rispondendo alle diverse esigenze dei pazienti.

Sigillatura dei solchi

I “solchi” sono delle zone anatomiche della superficie masticatoria dei denti dove, come è facile immaginare, l’accumulo di placca risulta più probabile in virtù proprio della morfologia anfrattuosa di queste superfici dentali. Non tutti gli elementi dentali presentano solchi, ma solo quelli deputati a svolgere la funzione di triturazione e sminuzzamento del cibo: i molari e i premolari. Gli elementi dentali anteriori, canini e incisivi, hanno una morfologia differente con dei margini alquanto taglienti adatti alla funzione che questi denti svolgono: prensione e incisione del cibo. Una volta che il cibo è stato inciso e introdotto nel cavo orale viene trasportato, dalla lingua e dai muscoli delle guance, nelle zone posteriori dove subisce un processo di sminuzzamento al fine di essere reso idoneo per la deglutizione. Questo processo di sminuzzamento è possibile proprio grazie alla particolare conformazione anatomica dei denti posteriori, premolari e soprattutto molari, che consentono di triturare il cibo come avverrebbe con un pestello e un mortaio. Il mortaio è rappresentato dai solchi delle superfici masticatorie e il pestello dalle cuspidi dei denti antagonisti. Questa caratteristica anatomica dei denti, di cui la natura ci ha dotato per poter masticare, ha però lo svantaggio di rendere queste zone dentali più esposte al rischio di carie proprio perchè è più difficile rimuovere la placca da una superficie sinuosa piuttosto che da una superficie piana come quella degli incisivi.

In particolare sono i primi molari permanenti a essere quelli che più frequentemente mostrano le più precoci e gravi lesioni cariose. I primi molari permanenti erompono intorno ai 6 anni e sono i primi denti posteriori permanenti a erompere (i premolari erompono a 9-12 anni, i secondi molari a 12 anni circa e i terzi molari dopo i 15 anni). A 6 anni raramente un bambino ha già sviluppato una propria auto-sufficienza nelle manovre di igiene orale e se consideriamo anche la particolare morfologia solcata dei primi molari, che rende ancora più difficoltoso l’utilizzo corretto dello spazzolino per una rimozione integrale della placca, è ovvio intuire come per questi denti il rischio di carie sia notevolmente superiore rispetto anche agli altri molari e premolari che erompono ad un’età più avanzata e in cui si presume il bambino abbia raggiunto una certa manualità nelle manovre di spazzolamento. Ed è interessante far notare che oggi nella popolazione adulta l’elemento dentale più frequentemente rimpiazzato da un impianto è proprio il primo molare.

Da ormai alcuni decenni viene perciò raccomandata una procedura difensiva, chiamata sigillatura dei solchi, eseguibile al momento dell’eruzione dei primi molari permanenti (6 anni circa) che consiste nel rendere meno profondi i solchi di questi denti facendovi aderire una resina sigillante. In questo modo si rende la superficie masticatoria meno irregolare e priva di anfratti in cui i batteri e i residui di cibo, altrimenti, troverebbero un facile “nascondiglio”. Solitamente è sufficiente adoperare questa strategia solo sui primi molari permanenti; in bambini ad elevato rischio di carie o poco inclini a una corretta igiene orale è indicata anche per premolari e secondi molari permanenti.
L’efficacia di questa procedura, che comunque non prescinde da una scrupolosa igiene orale, è documentata dai dati dell’ADA (American Dental Association) che riportano una diminuzione dell’incidenza della carie delle superfici masticanti stimata in una percentuale variabile dal 50 al 70%.

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I “solchi” sono delle zone anatomiche della superficie masticatoria dei denti dove, come è facile immaginare, l’accumulo di placca risulta più probabile in virtù proprio della morfologia anfrattuosa di queste superfici dentali. Non tutti gli elementi dentali presentano solchi, ma solo quelli deputati a svolgere la funzione di triturazione e sminuzzamento del cibo: i molari e i premolari. Gli elementi dentali anteriori, canini e incisivi, hanno una morfologia differente con dei margini alquanto taglienti adatti alla funzione che questi denti svolgono: prensione e incisione del cibo. Una volta che il cibo è stato inciso e introdotto nel cavo orale viene trasportato, dalla lingua e dai muscoli delle guance, nelle zone posteriori dove subisce un processo di sminuzzamento al fine di essere reso idoneo per la deglutizione. Questo processo di sminuzzamento è possibile proprio grazie alla particolare conformazione anatomica dei denti posteriori, premolari e soprattutto molari, che consentono di triturare il cibo come avverrebbe con un pestello e un mortaio. Il mortaio è rappresentato dai solchi delle superfici masticatorie e il pestello dalle cuspidi dei denti antagonisti. Questa caratteristica anatomica dei denti, di cui la natura ci ha dotato per poter masticare, ha però lo svantaggio di rendere queste zone dentali più esposte al rischio di carie proprio perchè è più difficile rimuovere la placca da una superficie sinuosa piuttosto che da una superficie piana come quella degli incisivi. In particolare sono i primi molari permanenti a essere quelli che più frequentemente mostrano le più precoci e gravi lesioni cariose. I primi molari permanenti erompono intorno ai 6 anni e sono i primi denti posteriori permanenti a erompere (i premolari erompono a 9-12 anni, i secondi molari a 12 anni circa e i terzi molari dopo i 15 anni). A 6 anni raramente un bambino ha già sviluppato una propria auto-sufficienza nelle manovre di igiene orale e se consideriamo anche la particolare morfologia solcata dei primi molari, che rende ancora più difficoltoso l’utilizzo corretto dello spazzolino per una rimozione integrale della placca, è ovvio intuire come per questi denti il rischio di carie sia notevolmente superiore rispetto anche agli altri molari e premolari che erompono ad un’età più avanzata e in cui si presume il bambino abbia raggiunto una certa manualità nelle manovre di spazzolamento. Ed è interessante far notare che oggi nella popolazione adulta l’elemento dentale più frequentemente rimpiazzato da un impianto è proprio il primo molare.
Da ormai alcuni decenni viene perciò raccomandata una procedura difensiva, chiamata sigillatura dei solchi, eseguibile al momento dell’eruzione dei primi molari permanenti (6 anni circa) che consiste nel rendere meno profondi i solchi di questi denti facendovi aderire una resina sigillante. In questo modo si rende la superficie masticatoria meno irregolare e priva di anfratti in cui i batteri e i residui di cibo, altrimenti, troverebbero un facile “nascondiglio”. Solitamente è sufficiente adoperare questa strategia solo sui primi molari permanenti; in bambini ad elevato rischio di carie o poco inclini a una corretta igiene orale è indicata anche per premolari e secondi molari permanenti.
L’efficacia di questa procedura, che comunque non prescinde da una scrupolosa igiene orale, è documentata dai dati dell’ADA (American Dental Association) che riportano una diminuzione dell’incidenza della carie delle superfici masticanti stimata in una percentuale variabile dal 50 al 70%.

La carie del dente da latte

Spesso si tende a credere che, poiché i denti da latte sono denti destinati a cadere ed essere sostituiti dai denti permanenti, non è necessario curare la loro carie. Questa comune credenza è del tutto sbagliata.
I denti da latte, quando colpiti da un processo carioso, devono necessariamente essere curati, senza se e senza ma! Vediamone le ragioni.
Innanzitutto, i denti da latte cariati fanno molto male. L’iter di sviluppo di una carie nei bambini infatti è molto più rapido perché i denti da latte hanno uno smalto più sottile rispetto ai denti permanenti. Per questo motivo, il processo distruttivo della carie può arrivare ben presto a esporre la dentina, cioè quella porzione innervata ed estremamente sensibile agli stimoli termici. A questo punto nel giro di poche settimane il rischio che il processo carioso raggiunga e comprometta la polpa del dente è molto elevato, così come è alta la probabilità che si formino ascessi o fistole dolorose. Quando la carie ha raggiunto questo stadio in dente è ormai perso. La perdita prematura, quindi prima del tempo fisiologicamente previsto, di un dente da latte comporta anche il rischio di compromettere la corretta eruzione dei denti permanenti.

Nelle prime fasi non è sempre facile individuare la carie dei denti da latte. Il campanello di allarme è dato da una macchia di colore bianco opaco o un alone scuro: segnali che precedono il processo carioso conclamato.

I denti da latte cariati vengono curati esattamente come quelli permanenti, rimuovendo il tessuto cariato e otturando la cavità. Nei casi in cui la carie si estende fino alla polpa del dente, è necessario ricorrere alla devitalizzazione o, in pochi casi, all’estrazione. In quest’ultima evenienza, verrà successivamente applicato un mantenitore di spazio fino all’eruzione del dente permanente.

Tempo di lettura 2'

È frequente che alcuni genitori mi chiedano consigli su cosa fare quando una carie interessa un dente da latte. Spesso infatti si tende a credere che, poiché i denti da latte sono denti destinati a cadere ed essere sostituiti dai denti permanenti, non è necessario curare la loro carie. Questa comune credenza è del tutto sbagliata.
I denti da latte, quando colpiti da un processo carioso, devono necessariamente essere curati, senza se e senza ma! Vediamone le ragioni.
Innanzitutto, i denti da latte cariati fanno molto male. L’iter di sviluppo di una carie nei bambini infatti è molto più rapido perché i denti da latte hanno uno smalto più sottile rispetto ai denti permanenti. Per questo motivo, il processo distruttivo della carie può arrivare ben presto a esporre la dentina, cioè quella porzione innervata ed estremamente sensibile agli stimoli termici. A questo punto nel giro di poche settimane il rischio che il processo carioso raggiunga e comprometta la polpa del dente è molto elevato, così come è alta la probabilità che si formino ascessi o fistole dolorose. Quando la carie ha raggiunto questo stadio in dente è ormai perso. La perdita prematura, quindi prima del tempo fisiologicamente previsto, di un dente da latte comporta anche il rischio di compromettere la corretta eruzione dei denti permanenti. Infatti quando un dente da latte viene perso parecchi mesi prima del previsto, lo spazio che resta e che dovrebbe essere destinato al suo sostituto permanente tende a essere occupato dagli altri denti vicini. Per evitare questo e mantenere lo spazio si rende necessario l’utilizzo di apparecchi chiamati mantenitori di spazio già in tenera età. Un’attenta prevenzione e una diagnosi precoce della carie in dentizione da latte e mista sono indispensabili per evitare questi inconvenienti.

Come si capisce se un dente da latte è cariato?
Nelle prime fasi non è sempre facile individuare la carie dei denti da latte. Il campanello dall’arme è dato da una macchia di colore bianco opaco o un alone scuro: segnali che precedono il processo carioso conclamato.

Come si cura la carie dei denti da latte?
I denti da latte cariati vengono curati esattamente come quelli permanenti, rimuovendo il tessuto cariato e otturando la cavità. Nei casi in cui la carie si estende fino alla polpa del dente, è necessario ricorrere alla devitalizzazione o, in pochi casi, all’estrazione. In quest’ultima evenienza, verrà successivamente applicato un mantenitore di spazio fino all’eruzione del dente permanente.